Accessibilità sito web: cosa dicono i dati 2026

26/08/2026 | Siti web e WordPress

Quel pulsante con l'omino non rende accessibile il tuo sito. Spesso lo peggiora.

Negli ultimi due anni sui siti aziendali italiani è comparso un piccolo pulsante tondo, di solito in basso a sinistra, con dentro il disegno di una persona con le braccia aperte. Ci clicchi e si apre un pannello che permette di ingrandire il testo, cambiare i colori, allargare la spaziatura. Chi lo ha messo l'ha fatto in buona fede, spesso dopo aver letto che l'accessibilità stava per diventare obbligatoria, e da quel momento ha considerato la faccenda chiusa.

I dati dicono un'altra cosa. Non solo quel pannello non rende accessibile un sito che non lo è, ma le pagine in cui qualcuno ha provato a sistemare l'accessibilità in automatico risultano mediamente messe peggio di quelle in cui non è stato fatto nulla. È un risultato che sorprende, e vale la pena capire da dove arriva: racconta bene come viene affrontata oggi l'accessibilità di un sito web, cioè come un adempimento da togliersi di mezzo invece che come una caratteristica del sito.

Prima però mettiamoci d'accordo su cosa vuol dire accessibile, perché la parola viene usata a sproposito. Un sito è accessibile quando riesce a usarlo anche chi non lo sta guardando come lo guardi tu: chi non vede e si fa leggere la pagina ad alta voce da un programma apposito, chi vede poco e ha bisogno di caratteri grandi e colori netti, chi non può usare il mouse e si muove solo con la tastiera, chi ha una connessione lenta o uno schermo piccolo. Non è un tema di categorie protette: è la stessa domanda che ti fai quando ti chiedi se il tuo negozio è comodo da visitare.

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I numeri del 2026: la situazione sta peggiorando

Ogni anno un istituto americano che si occupa di accessibilità, WebAIM, analizza la pagina iniziale del primo milione di siti al mondo e pubblica i risultati. È la fotografia più ampia che esista, e l'edizione 2026 ha invertito una tendenza che sembrava consolidata.

Il 95,9% delle pagine analizzate contiene errori di accessibilità, in aumento rispetto al 94,8% dell'anno prima. La media è di 56,1 errori per pagina, il 10,1% in più rispetto ai 51 dell'anno precedente. Dopo anni di lentissimo miglioramento, il web sta tornando indietro.

Il motivo principale sta in un altro dato dello stesso studio: una pagina iniziale contiene oggi in media 1.437 elementi contro i 1.257 del 2025, cioè il 22,5% in più in un anno solo. Le pagine si riempiono di sezioni, animazioni, riquadri, pulsanti, finestrelle. Ogni pezzo in più è un'occasione in più di sbagliare. Non è peggiorata la buona volontà: si costruisce di più e più in fretta, con strumenti che scrivono molto codice al posto nostro.

Sei errori spiegano quasi tutti i problemi

Questa è la parte che dovrebbe tranquillizzare chi teme un intervento enorme. I problemi che vengono trovati non sono esotici e non richiedono uno specialista: sei sole categorie di errore coprono il 96% di tutto quello che emerge.

Il primo, di gran lunga, è il testo troppo poco leggibile rispetto allo sfondo, presente sull'83,9% delle pagine. Sono le scritte grigio chiaro su fondo bianco, il testo bianco sopra una fotografia, il grigio elegante scelto dal grafico che sullo schermo del grafico si legge benissimo. Seguono le immagini senza descrizione (53,1%), cioè immagini a cui nessuno ha associato una frase che spieghi cosa raffigurano, indispensabile per chi la pagina se la fa leggere; i campi dei moduli senza etichetta (51%), dove non è chiaro cosa vada scritto dentro; i link che contengono solo un'icona e nessuna parola (46,3%); i pulsanti nella stessa condizione (30,6%); e le pagine che non dichiarano in che lingua sono scritte (13,5%), cosa che manda in confusione i programmi di lettura, i quali finiscono per pronunciare l'italiano con accento inglese.

Sono tutte cose che si sistemano cambiando un'impostazione del tema o scrivendo poche righe. Nessuna richiede di rifare il sito. Ed è esattamente per questo che la scorciatoia automatica sembra così ragionevole.

European Accessibility Act, in vigore dal 28 giugno 2025 per i siti web

Quando fare qualcosa peggiora le cose

Qui arriva il dato che dà il titolo a questo articolo, e serve una premessa di trenta secondi.

Dentro il codice di una pagina si possono inserire delle etichette invisibili, che il visitatore non vede ma che servono a descrivere gli elementi a chi la pagina se la fa leggere ad alta voce. Servono a dire cose come «questo è un menu», «questo pulsante chiude la finestra», «questo campo è obbligatorio». Usate bene sono utilissime. Il loro uso è cresciuto moltissimo: oggi una pagina ne contiene in media più di 133, il 27% in più dell'anno scorso e sei volte il numero del 2019.

Il punto è com'è andata a finire. Le pagine che usano queste etichette contengono in media 59,1 errori, contro i 42 delle pagine che non le usano.

Il divario è grosso e va letto con onestà: è una coincidenza statistica, non la prova che quelle etichette facciano danno di per sé, e lo studio la attribuisce al fatto che nella maggior parte dei casi vengono messe male. Ma la direzione è chiara, ed è la stessa che vale in qualsiasi negozio: un cartello sbagliato è peggio di nessun cartello, perché non lascia la persona ferma dov'era, la manda dalla parte opposta.

Perché il pannellino non ti mette in regola

Gli strumenti che promettono di risolvere tutto con una riga di codice hanno un nome tecnico, si chiamano overlay, ma nella pratica sono quel pulsante tondo di cui parlavamo all'inizio: un programma di terze parti che si carica sopra il tuo sito e dovrebbe correggere in automatico i problemi.

Contro questa categoria di prodotti esiste un documento pubblico, l'Overlay Fact Sheet, firmato da oltre 1.030 professionisti: le persone che hanno scritto le regole tecniche dell'accessibilità del web, gli esperti interni di Google, Microsoft, Apple e Amazon, chi sviluppa i programmi di lettura usati dai non vedenti, avvocati specializzati e utenti con disabilità. Non è la polemica di una nicchia, è quasi tutto il settore.

Le obiezioni sono tre, e sono concrete. La prima: il pannello che offre di ingrandire il testo o cambiare i colori non serve, perché chi ha una difficoltà visiva usa già gli strumenti del proprio computer o del proprio telefono, impostati come vuole lui, su tutti i siti. Non ha bisogno che ogni sito gliene offra una versione diversa. La seconda: la correzione automatica non funziona proprio sulle cose che contano, perché un programma non può sapere cosa raffigurano le tue fotografie, cosa va scritto nei tuoi moduli o come è organizzato il tuo menu. La terza è la meno conosciuta e la più delicata: la privacy. Molti di questi strumenti si accorgono che l'utente sta usando un programma di lettura e adattano il comportamento di conseguenza; così facendo trattano un'informazione sulla salute di quella persona senza che nessuno gliel'abbia chiesta. Se stai già facendo attenzione a come raccogli i consensi sul sito, sappi che quel pulsante può aprirti un problema di conformità al GDPR invece di chiudertene uno.

La conclusione del documento è netta: siccome è dimostrato che non riescono a riparare tutto, nessuno di questi prodotti può rendere conforme un sito. In un sondaggio fra professionisti del settore, più del 67% li giudica poco o per niente efficaci.

Ti riguarda o no?

Su questo punto c'è parecchia confusione, perché in Italia convivono due regole diverse che parlano a due platee diverse. Provo a metterla nel modo più semplice possibile.

La prima regola guarda quanto sei grande. È la vecchia normativa italiana sull'accessibilità, che negli ultimi anni è stata estesa anche alle aziende private, ma solo a quelle con un fatturato medio superiore a 500 milioni di euro. Chi rientra deve pubblicare e aggiornare ogni anno, entro il 23 settembre, una dichiarazione pubblica sullo stato di accessibilità del proprio sito, e rischia sanzioni che possono arrivare al 5% del fatturato dell'anno precedente. È una soglia che esclude quasi tutte le aziende italiane, e infatti è il motivo per cui in tanti si sono convinti che il tema non li riguardi.

La seconda regola, quella europea, non guarda quanto sei grande: guarda cosa vendi. È in vigore dal 28 giugno 2025 e riguarda chi offre certi tipi di servizio, indipendentemente dalle dimensioni. Fra questi ci sono la vendita online, i servizi bancari e finanziari rivolti ai consumatori, il trasporto passeggeri, la telefonia e i servizi di comunicazione, i libri digitali. L'unica esclusione generale riguarda le imprese davvero piccole, cioè quelle con meno di 10 dipendenti e meno di 2 milioni di fatturato. Le sanzioni previste vanno da 2.500 a 40.000 euro.

Tradotto in pratica: se hai un e-commerce con dodici dipendenti, rientri. Se hai un sito vetrina che presenta la tua azienda e non vende nulla online, no. Non è una distinzione intuitiva, ed è la ragione per cui parecchie imprese si trovano fuori regola senza saperlo, mentre altre si preoccupano per niente.

Una precisazione doverosa: io non sono un avvocato, e per capire con certezza se il tuo caso rientra va sentito un legale. Quello che posso dirti io è cosa succede tecnicamente sul sito e come si verifica.

Chi vende online parte più indietro di tutti

Lo studio divide i risultati per settore, e il quadro è quasi comico. I siti della pubblica amministrazione sono i più corretti, con 42,4 errori di media. I siti di vendita online sono i peggiori in assoluto, con 71 errori di media, il 26,6% sopra la media generale.

Sono cioè proprio i siti su cui l'obbligo europeo è più chiaro quelli che partono più indietro. Il motivo è comprensibile: un negozio online è pieno di filtri, varianti di prodotto, gallerie di immagini, pulsanti fatti solo di icona, moduli di pagamento. Ogni elemento aggiunto per vendere meglio è un elemento in più che può essere costruito male. E il carrello è precisamente il punto in cui un campo poco chiaro non è un fastidio: è un ordine perso.

Cosa puoi verificare da solo in venti minuti

Non serve un'analisi formale per capire se hai un problema serio o solo qualche imperfezione. Bastano quattro controlli e puoi farli tu.

Comincia dal testo poco leggibile, che è l'errore più diffuso in assoluto: guarda i testi grigi, le scritte sopra le immagini, il testo dei pulsanti e quello in fondo alla pagina. Se per leggere qualcosa devi avvicinarti allo schermo o strizzare gli occhi, quel colore va cambiato, e cambiarlo sono cinque minuti nelle impostazioni del tema.

Poi fai la prova più rivelatrice di tutte: apri una pagina e prova a usarla soltanto con la tastiera, premendo il tasto Tab per spostarti da un elemento all'altro, senza mai toccare il mouse. Devi sempre vedere dove ti trovi, devi riuscire a raggiungere ogni link e ogni pulsante, ad aprire il menu, a compilare il modulo e a chiudere le finestre che si aprono. Se resti bloccato da qualche parte, quel punto del sito è inutilizzabile per tutte le persone che il mouse non lo usano. Non serve nessuno strumento e dice più di qualsiasi analisi automatica.

Il terzo controllo riguarda le immagini: quelle che comunicano qualcosa devono avere una descrizione scritta, ed è un campo che si compila dentro WordPress quando carichi la foto. Il quarto riguarda i moduli di contatto: ogni campo deve avere un'etichetta visibile sopra o accanto, non solo una scritta grigia dentro al campo che sparisce appena inizi a scrivere.

Contrasto, tastiera, immagini e moduli: questi quattro controlli coprono la grande maggioranza dei problemi che si trovano nel mondo reale.

E con Google cosa c'entra?

Non voglio venderti la favola per cui l'accessibilità fa salire il sito nei risultati di ricerca, perché non funziona così direttamente. Quello che è vero, e che vedo in ogni analisi, è che molti errori di accessibilità sono anche errori di qualità del sito, e quelli Google li legge eccome.

La descrizione delle immagini serve a chi la pagina se la fa leggere e serve a Google per capire cosa mostri. La lingua dichiarata serve a entrambi. Una gerarchia di titoli ordinata è la struttura su cui si orientano sia un programma di lettura sia un motore di ricerca. Un link fatto solo di icona non dice niente a nessuno, né a una persona né a Google. E quelle pagine sempre più pesanti sono lo stesso problema di cui parlavo a proposito dei siti lenti: più roba c'è, più cose vanno storte.

Il modo giusto di guardarla è che accessibilità e SEO tecnica sono due modi diversi di fare la stessa domanda: questa pagina si capisce anche se non la guardi come la guardo io?

Vuoi sapere quanto è messo male il tuo sito?

Un controllo su leggibilità, immagini, moduli e uso da tastiera dice in mezz'ora se hai qualche correzione da fare o un problema di fondo — e se il pulsante che hai installato ti sta aiutando oppure no.

Domande frequenti

Ho un piccolo sito aziendale: sono obbligato ad adeguarmi?

Dipende da cosa fa il sito, non da quanto è grande l'azienda. La normativa italiana riguarda i privati sopra i 500 milioni di fatturato, quindi quasi certamente non ti tocca. Quella europea invece ragiona per tipo di servizio: se vendi online, offri servizi bancari o finanziari ai consumatori, trasporto passeggeri, telefonia o libri digitali, rientri anche se sei una realtà piccola, con l'unica esclusione delle imprese sotto i 10 dipendenti e i 2 milioni di fatturato. Un sito che presenta l'azienda e non vende nulla resta fuori. Per il tuo caso specifico, comunque, conviene sentire un legale.

Ho installato il pulsante dell'accessibilità: sono a posto?

No, e non è questione di marca o di prezzo. Nessuno di questi strumenti può rendere conforme un sito, perché non è in grado di sistemare le cose che contano: non sa cosa raffigurano le tue immagini, non sa cosa va scritto nei tuoi moduli, non può riorganizzare il tuo menu. Il pannello che propone di ingrandire il testo o cambiare i colori duplica funzioni che il computer o il telefono dell'utente già offrono. E i dati mostrano che dove questi interventi automatici aggiungono descrizioni al codice, gli errori mediamente aumentano invece di diminuire.

Quanto costa sistemare un sito che già esiste?

Molto meno di quanto si teme, se i problemi sono leggibilità, descrizioni delle immagini ed etichette dei moduli: si parla di qualche ora di lavoro, non di rifare il sito. Diventa un progetto vero quando il problema è di struttura, cioè quando menu, filtri o pagamento sono costruiti in modo da non funzionare con la tastiera. Capire in quale dei due scenari ti trovi è la prima cosa da fare, e si stabilisce con una verifica preliminare: prima di quella, qualsiasi preventivo è un numero inventato.

L'accessibilità serve solo a chi ha una disabilità?

No, ed è l'equivoco più comune. Il testo poco contrastato lo legge male chiunque stia guardando il telefono all'aperto con il sole sullo schermo. Le etichette chiare nei moduli servono a chi compila di fretta mentre cammina. La navigazione da tastiera la usano molte persone senza alcuna disabilità, per velocità. E la popolazione italiana invecchia: la vista che cala dopo i sessant'anni non è una disabilità, ma davanti a una scritta grigio chiaro il risultato pratico è lo stesso. Se il tuo cliente tipo ha più di cinquant'anni, questo articolo ti riguarda anche senza nessun obbligo di legge.

Come faccio a controllare gratis se il mio sito ha problemi?

Il test migliore non costa niente: apri il sito e prova a usarlo solo con il tasto Tab, senza mouse. Se non capisci mai dove ti trovi, o se non riesci a raggiungere un pulsante o a chiudere una finestra, hai già trovato un problema serio. Poi guarda con occhio critico i testi più chiari e controlla che i moduli abbiano etichette visibili. Esistono anche strumenti automatici gratuiti, ma vanno presi per quello che sono: trovano solo una parte dei problemi e non possono dirti se una pagina è davvero utilizzabile.

Se non faccio niente, cosa rischio davvero?

Sul piano formale, chi rientra nella normativa europea rischia sanzioni da 2.500 a 40.000 euro, mentre per le grandissime aziende soggette alla norma italiana si può arrivare al 5% del fatturato dell'anno precedente. Sul piano pratico, però, il costo che vedo più spesso non è la multa: è la persona che non riesce a completare un ordine o a mandarti un messaggio dal modulo, se ne va e non ti dirà mai perché.

Fonti

  • I dati su percentuali di errore, tipi di problema, complessità delle pagine, uso delle etichette nel codice e differenze per settore vengono dal WebAIM Million 2026, l'analisi automatica delle pagine iniziali del primo milione di siti al mondo.
  • Le critiche documentate agli strumenti automatici di accessibilità, l'elenco dei firmatari e la posizione sulla conformità sono nell'Overlay Fact Sheet.
  • Il quadro normativo italiano fa riferimento alla Legge 4/2004 come modificata dal DL 76/2020 e alle linee guida AgID (determinazione 117/2022) per i soggetti privati sopra i 500 milioni di fatturato, e al Decreto Legislativo 82/2022, che recepisce la direttiva europea 2019/882 nota come European Accessibility Act, applicabile dal 28 giugno 2025.

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